Dalla disattenzione alla cura: lo spreco (finalmente) scende.
Il Report Italia 2026 fornisce un’indicazione chiara: la quantità di cibo domestico buttato nell’ultimo anno è diminuita del 10%. Attualmente siamo a 554 grammi a settimana.
di Luca Falasconi
Lo spreco alimentare domestico arretra. Non è ancora una rivoluzione, ma il segnale è chiaro: rispetto alle ultime rilevazioni, le quantità di cibo buttato in casa diminuiscono di circa il 10%. Negli ultimi sette giorni ogni italiano ha gettato in media 554 grammi di alimenti. Rimane oltre mezzo chilo a settimana, ma la traiettoria finalmente punta nella direzione giusta.
Il miglioramento si accompagna a un dato culturale altrettanto interessante: cresce, anche se lentamente, la sensibilità verso il problema. Le campagne informative, l’attenzione mediatica, il legame sempre più evidente tra cibo, costi e impatto ambientale stanno trasformando le scelte quotidiane. Lo spreco non è più percepito come fatalità inevitabile, bensì come comportamento correggibile.

Restano però differenze marcate lungo la penisola. Nel Italia il Nord spreca meno della media nazionale, mentre Centro e Sud mostrano valori leggermente superiori.
Una possibile chiave di lettura riguarda le abitudini di consumo: dove si mangia più spesso fuori casa, si acquistano e si gestiscono meno alimenti tra le mura domestiche, riducendo anche le occasioni di buttare via cibo. Al contrario, una maggiore frequenza di pasti preparati in casa amplia inevitabilmente il rischio di eccedenze, dimenticanze e deterioramenti.

Interessante anche il profilo familiare. I nuclei con figli sprecano meno della media. Pesano probabilmente due fattori: da un lato bilanci più impegnativi, che spingono a pianificare meglio; dall’altro una dimensione educativa, perché l’attenzione a non buttare diventa esempio concreto trasmesso ai più giovani. Dove i figli non ci sono, la gestione può risultare meno rigorosa, con acquisti meno programmati e maggiore variabilità nei pasti.
Un altro cambiamento riguarda il ceto medio-basso, oggi tra i gruppi più virtuosi. È un’inversione rispetto al passato e suggerisce quanto le pressioni economiche stiano incidendo direttamente sui comportamenti alimentari: più attenzione ai prezzi, maggiore uso degli avanzi, pianificazione accurata della spesa. Quando le risorse si restringono, il valore del cibo aumenta.
Anche la dimensione dei comuni offre spunti utili. Nei centri piccoli si spreca meno: la rete di relazioni di prossimità facilita lo scambio informale, il passaggio di porzioni in eccesso, l’aiuto tra vicini e parenti. Nelle grandi città, invece, a ridurre gli sprechi contribuisce di nuovo il peso dei consumi fuori casa, che limita acquisti e scorte domestiche.
Il quadro complessivo mostra, dunque, un Paese che sta imparando. La diminuzione non nasce da un singolo intervento, ma dall’intreccio tra consapevolezza ambientale, necessità economiche e nuove abitudini organizzative. La sfida ora è consolidare il risultato: trasformare l’attenzione contingente in competenza stabile, capace di resistere anche quando l’emergenza del momento si attenua.
Se il trend continuerà, il cambiamento potrà diventare strutturale. E mezzo chilo a settimana, poco alla volta, potrà ridursi ancora.

