La paura di non avere cibo può generare spreco
Il 30% degli intervistati afferma di acquistare quantità superiori alle proprie necessità per il timore di non avere abbastanza cibo in casa.
di Luca Falasconi
Spreco alimentare e insicurezza alimentare sembrano, a prima vista, due fenomeni opposti. Da una parte c’è chi dispone di cibo in eccesso e finisce per gettarne una parte; dall’altra chi incontra difficoltà nell’avere accesso a un’alimentazione adeguata. I dati dell’ultima indagine Waste Watcher International mostrano però una realtà più complessa: le due condizioni possono convivere e, in alcuni casi, essere persino collegate.
Nel 2026 il 14,36% degli italiani presenta forme moderate o gravi di insicurezza alimentare. Contemporaneamente, nelle nostre case vengono dichiarati circa 554 grammi di cibo sprecato a settimana per persona. Non è una contraddizione solo apparente: indica piuttosto che disponibilità di cibo, capacità economica e gestione domestica non seguono necessariamente una relazione lineare.

Un dato aiuta particolarmente a comprendere questo meccanismo. Il 30% degli intervistati afferma di acquistare quantità superiori alle proprie necessità per paura di non avere abbastanza cibo in casa. Lo spreco può quindi originarsi anche da una strategia precauzionale. Accumulare alimenti produce una sensazione di sicurezza, soprattutto quando si percepisce una condizione economica incerta; ma l’aumento delle scorte può rendere più difficile consumare tutto nei tempi necessari, generando eccedenze e deterioramento.

Nel regno dell’incertezza
Questa lettura cambia in parte il modo in cui siamo abituati a interpretare lo spreco. Non sempre buttare del cibo è il risultato dell’abbondanza o di una scarsa attenzione al suo valore. In alcuni casi può essere la conseguenza indiretta dell’incertezza: si compra di più per proteggersi dal rischio percepito di rimanere senza e proprio questo comportamento aumenta la probabilità di non riuscire a utilizzare tutto ciò che è stato acquistato.
Le differenze sociali rafforzano questa interpretazione. L’indagine mostra come l’insicurezza alimentare sia fortemente concentrata nelle fasce più vulnerabili della popolazione e presenti importanti differenze territoriali. Il ceto popolare registra livelli di insicurezza molto superiori alla media, mentre anche la geografia dell’accesso al cibo evidenzia situazioni profondamente diverse tra aree urbane, periferiche e rurali.
Adeguare le politiche
Ciò suggerisce che le politiche contro lo spreco e quelle rivolte alla sicurezza alimentare non dovrebbero procedere lungo binari completamente separati. Ridurre lo spreco significa certamente migliorare pianificazione, conservazione e gestione degli alimenti, ma significa anche comprendere le condizioni nelle quali le famiglie prendono le proprie decisioni di acquisto.
Per le famiglie economicamente più fragili, acquistare meglio non significa semplicemente acquistare meno. Può significare poter accedere con maggiore continuità a prodotti adeguati, evitare di concentrare gli acquisti in poche occasioni, disporre di formati compatibili con le proprie esigenze e ridurre quella percezione di incertezza che può spingere ad accumulare.
Lo spreco alimentare emerge così anche come indicatore di vulnerabilità. A volte non si spreca perché si ha troppo, ma perché si teme di avere troppo poco. Comprendere questo paradosso è essenziale per passare da politiche che chiedono semplicemente ai consumatori di “sprecare meno” a interventi capaci di agire sulle condizioni economiche, organizzative e sociali che orientano le loro scelte.

