L’OSSERVATORIO/1

L’inversione dello spreco nel ceto medio-basso

Per la prima volta il ceto medio-basso mostra livelli di spreco inferiori alla media nazionale.

di Luca Falasconi

Nelle rilevazioni più recenti sullo spreco alimentare domestico emerge un dato particolarmente interessante: per la prima volta il ceto medio-basso mostra livelli di spreco inferiori alla media nazionale. Negli ultimi sette giorni questa fascia di popolazione ha dichiarato di aver gettato 515,2 grammi pro capite di alimenti, contro una media nazionale di 554 grammi. Si tratta di una riduzione pari a circa il 7% rispetto al valore medio, che segna un’inversione rispetto alle indagini degli anni precedenti.

Tradizionalmente, le famiglie con reddito medio-basso mostravano livelli di spreco leggermente superiori alla media. La spiegazione non era da ricercare in una minore attenzione al valore del cibo, quanto piuttosto nelle condizioni materiali di acquisto e consumo. Un reddito più limitato porta spesso a orientarsi verso prodotti a prezzo ridotto o in promozione, talvolta prossimi alla scadenza o con una qualità commerciale inferiore. Una volta portati a casa, questi alimenti hanno una durata residua più breve e, se non consumati rapidamente, possono deteriorarsi più facilmente.

La rilevazione di inizio 2026 suggerisce però che qualcosa sta cambiando. Le difficoltà economiche degli ultimi anni sembrano aver modificato in modo significativo le strategie domestiche di gestione del cibo. In molti casi si osserva una maggiore pianificazione della spesa, un’attenzione più sistematica alla conservazione degli alimenti e un uso più frequente degli avanzi nella preparazione dei pasti successivi. Non si tratta solo di comportamenti individuali, ma di veri e propri adattamenti organizzativi delle famiglie.

Questo fenomeno può essere interpretato anche alla luce di un principio ben noto negli studi sui consumi: quando le risorse disponibili diminuiscono, aumenta la propensione a utilizzare in modo più efficiente i beni acquistati. Il cibo, che rappresenta una voce significativa del bilancio domestico, diventa così un ambito in cui si esercita con maggiore attenzione la gestione delle risorse. La riduzione dello spreco non deriva quindi solo da una maggiore sensibilità ambientale, ma anche da una logica economica di ottimizzazione.

A ciò si aggiunge un elemento culturale. Negli ultimi anni il tema dello spreco alimentare è entrato con maggiore forza nel dibattito pubblico, contribuendo a rafforzare la percezione del valore del cibo e delle risorse necessarie per produrlo. In un contesto di maggiore pressione economica, questa consapevolezza può tradursi più facilmente in comportamenti concreti.

L’inversione di tendenza osservata nel ceto medio-basso suggerisce quindi che la riduzione dello spreco alimentare non dipende da un unico fattore, ma dall’interazione tra condizioni economiche, organizzazione domestica e consapevolezza culturale. Quando questi elementi si combinano, anche gruppi sociali che in passato mostravano livelli di spreco più elevati possono diventare tra i più virtuosi. 

Il dato non va interpretato solo come una curiosità statistica. Indica piuttosto quanto i comportamenti alimentari siano dinamici e sensibili ai cambiamenti del contesto economico. Comprendere queste dinamiche è fondamentale per orientare politiche e iniziative capaci di consolidare nel tempo le pratiche più sostenibili.

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