L’OSSERVATORIO/2

Geografia dell’insicurezza alimentare in Italia

Confronto generazionale di una crisi silenziosa. Le periferie urbane sono i nuovi ‘deserti alimentari’.

di Barbara Toci

L’Italia del 2026 presenta un quadro complesso dove il 14,36% della popolazione sperimenta forme di insicurezza alimentare moderata o grave, un dato in peggioramento rispetto a gennaio 2025. Questo indicatore, misurato attraverso il Fies (Food Insecurity Experience Scale), rivela fratture profonde nel tessuto sociale italiano che vanno oltre la tradizionale dicotomia Nord-Sud.

Il paradosso della scarsità nell’abbondanza 

Il dato nazionale nasconde una contraddizione strutturale: mentre oltre 7 miliardi di euro di cibo vengono sprecati annualmente a livello domestico, una famiglia su sette fatica ad accedere a cibo quantitativamente o qualitativamente adeguato. Il 30% delle famiglie dichiara di acquistare quantitativi superiori alle reali necessità per “paura di non avere cibo a sufficienza”, rivelando come l’ansia della scarsità generi paradossalmente maggiore spreco.

La mappa delle disuguaglianze 

Il Mezzogiorno registra livelli di insicurezza del 28% superiori alla media nazionale. Le difficoltà economiche portano a scelte orientate a prodotti più economici ma di qualità inferiore, che deperiscono prima, alimentando un circolo vizioso tra ristrettezze economiche e spreco. 

Le periferie urbane emergono come nuovi “deserti alimentari” con un +22% di insicurezza, zone caratterizzate da precarietà lavorativa e abitativa dove l’accesso al cibo sano diventa difficile rispetto al centro città o alle zone rurali. Queste ultime sono quelle mostrano resilienza (-12%): orti familiari, autoproduzione, reti informali di scambio, prezzi più bassi e vicinanza ai produttori creano sistemi di protezione che nella realtà quotidiana fa la differenza tra sicurezza e insicurezza alimentare. 

Il dato più preoccupante riguarda il ceto popolare: +218% rispetto alla media. Non parliamo di rinunce occasionali ma di famiglie che saltano pasti sistematicamente, vivendo nella preoccupazione quotidiana di garantire i pasti essenziali.

Il conflitto fra generazioni 

L’analisi per generazioni rivela quattro Italie diverse.  

La Gen Z (+50%) vive una precarietà individuale: stage sottopagati, contratti intermittenti. Quando fuori casa, questi giovani saltano pasti o riducono la qualità alimentare, pur vivendo in famiglie relativamente stabili. 

Millennial (+17%) rappresentano la prima generazione a guadagnare meno dei genitori. Entrati nel mercato del lavoro durante la crisi finanziaria del 2008, affrontano prezzi immobiliari inaccessibili e salari stagnanti. La loro insicurezza è anche temporale: il 32% lamenta difficoltà a organizzare la spesa per mancanza di tempo, con un impatto negativo sulla loro alimentazione. 

La Gen X (+11%) incarna la “generazione sandwich”: sostiene figli che faticano a rendersi indipendenti e genitori anziani bisognosi. Hanno subito ristrutturazioni aziendali a metà carriera, vedono allontanarsi pensioni inadeguate, affrontano difficoltà di ricollocamento dopo i 50 anni. Il loro +11% di insicurezza alimentare è il prezzo del doppio carico: economico e di cura. 

Boomer (-32%) rappresentano l’ultima generazione garantita: pensioni piene, case di proprietà (91% degli over 65), risparmi accumulati. Tuttavia, vedovanza e problemi di salute creano insicurezza logistica, più che economica, e impattano su qualità e varietà del cibo che possono consumare.

Le proiezioni: una stabilità apparente 

L’indice predittivo (12,89%) suggerisce un miglioramento, ma disaggregando emergono segnali preoccupanti. I Millennial balzano al +28%, anticipando costi crescenti per figli, fine del supporto genitoriale, inflazione su salari inadeguati. La Gen Z resta stabile al +48%: ha normalizzato la precarietà come condizione esistenziale. 

La Gen X scende al +1%, un ottimismo che potrebbe rivelarsi illusorio sottovalutando costi sanitari e pensioni inadeguate. I Boomer restano stabili (-31%), ma iniziano a considerare spese mediche e assistenziali crescenti. 

Il Mezzogiorno prevede un ulteriore peggioramento (+43% rispetto alla media) che potrebbe essere legata a svariati fattori quali la rimodulazione degli ammortizzatori sociali, flussi migratori giovanili che potrebbero ridurre il tradizionale supporto intergenerazionale, l’inflazione alimentare, la precarietà lavorativa. Il ceto popolare resta al +216%: ha già tagliato tutto il possibile, vive un’economia di sopravvivenza ormai strutturale.

Crepe strutturali 

Il Fies 2026 fotografa la trasformazione del modello italiano di sicurezza alimentare basato sulla famiglia estesa. Con l’invecchiamento dei Boomer e pensioni future inadeguate, il sistema di protezione informale familiare mostra crepe strutturali. 

Non è più solo questione Nord-Sud, ma centro-periferia, urbano-rurale, garantito-precario. L’insicurezza alimentare diventa condizione trasversale che attraversa territori e generazioni, richiedendo politiche differenziate che considerino le specificità di ogni gruppo sociale e generazionale.

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