Effetto guerra, effetto spreco
I conflitti non aiutano i poveri. Oltre alla distruzione, l’impatto sull’inflazione sarà evidente e aumenterà i problemi di chi già fatica. Non sprecare, donare cibo, creare relazioni sociali: piccoli significativi antidoti contro arroganza e prevaricazione.
di Gianni Gnudi
«Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant». Dove fanno il deserto, la chiamano pace. Tacito lo ricordava circa 2mila anni fa. E oggi, in uno scenario inquietante che crea una distruzione continua e destinata a permanere, ci si ritrova a pensare le stesse cose.
In gergo calcistico sono saltate tutte le marcature, il diritto internazionale viene calpestato a più riprese, impera la legge del più forte. La struttura geo-politica che si era consolidata in diversi decenni e che, per quanto perfettibile, aveva garantito una certa ‘tranquillità’, si è sgretolata in poco tempo. La prevaricazione è diventata norma.
Non serve avere una formazione ecclesiale per condividere le parole del Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza: la guerra preventiva rischia di infiammare il mondo. Pace e sicurezza devono essere coltivate e perseguite attraverso la diplomazia».
Concetti condivisibili, totalmente inascoltati.
Il rischio, forse la certezza, è che anche tutto il lavoro fatto a livello internazionale sulla “diplomazia alimentare” – dal Food System Summit Onu agli aiuti del World Food Program – salti completamente.
Del resto, lo sappiamo già che i conflitti non aiutano i poveri. Oltre alla distruzione, l’impatto economico (negativo) della guerra è già in atto. Tornerà a crescere l’inflazione e i beni alimentari di prima necessità saranno meno accessibili a chi fatica. In una spirale tutt’altro che virtuosa ciò avrà effetto anche sulla lotta allo spreco, poiché quando i bisogni primari devono essere soddisfatti alla bell’e meglio, adattandosi alle condizioni sfavorevoli generali, l’attenzione a non sprecare diminuisce, così come il consumo consapevole, poiché si tende a non valutare adeguatamente la qualità minima che dovrebbe avere un cibo.
In un simile contesto diventa complesso anche adattare i propri comportamenti, considerata l’impotenza pervasiva che sovviene. Si rischia, quasi inconsapevolmente, di girarsi dall’altra parte, in una sorta di ‘Io speriamo che me la cavo’ di d’ortiana memoria.
Rimane invece la possibilità di continuare a lavorare per creare ponti, relazioni sociali, aiutare il prossimo. Nel suo piccolo operare per limitare lo spreco alimentare, adoprarsi per recuperare e distribuire cibo invenduto o vicino alla scadenza, impegnarsi per mettere in rete esercizi commerciali e associazioni di aiuto sociale (l’esperienza del Donometro insegna) sono tutte azioni virtuose che possono risollevare gli animi falcidiati da una contingenza devastante.
Sia chiaro si tratta di gocce in un oceano di arroganza. Ma la speranza che la goccia non si disperda e continui a scavare la famosa pietra rimane.

