Oggi 5 febbraio è la 13^ Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare! Tra palco e realtà: ecco lo spreco che non vogliamo vedere, l’editoriale del fondatore e direttore scientifico della Giornata, l’agroeconomista Andrea Segrè.

Tra palco e realtà: lo spreco che non vogliamo vedere

di Andrea Segrè, direttore scientifico Osservatorio internazionale Waste Watcher-Campagna Spreco Zero, professore di Economia circolare, Università di Bologna.

Sul palco ci diciamo virtuosi. Nella realtà continuiamo a sprecare. È questa la distonia che emerge con forza dalla presentazione del Rapporto 2026 dell’Osservatorio internazionale Waste Watcher, resa pubblica in occasione della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare. Una contraddizione che potremmo definire, parafrasando Luciano Ligabue, tra palco e realtà: da una parte la percezione rassicurante, dall’altra i numeri, che non mentono. Secondo l’indagine, il 57% degli italiani si definisce “attentissimo a non sprecare nulla” e l’85% dichiara di buttare avanzi meno di una volta a settimana. È la fotografia dell’“attenzione in famiglia”. Ma basta voltare pagina per incontrare quella dei fatti: 554 grammi di cibo sprecati pro capite ogni settimana, pari a quasi 29 chilogrammi l’anno per persona. Un dato in calo tendenziale (–10,3% rispetto al 2025), ma ancora enormemente distante dall’autopercezione collettiva.

Tradotto in modo semplice, considerando che un pasto per convenzione è circa mezzo chilo: ogni italiano spreca mediamente oltre 50 pasti all’anno. Moltiplicati per circa 50 milioni di consumatori, diventano oltre 2,5 miliardi di pasti buttati, mentre cresce l’insicurezza alimentare e aumenta il numero di famiglie che faticano a garantire una dieta adeguata.

A rendere la contraddizione ancora più stridente è la natura degli alimenti più sprecati. In cima alla classifica troviamo frutta fresca (22,2 g), verdure (20,6 g), pane fresco (19,6 g), insalata (18,8 g), cipolle, aglio e tuberi (17,2 g). Esattamente gli alimenti che le linee guida nutrizionali indicano come fondamentali per la salute. In altre parole, sprechiamo ciò che dovremmo mangiare di più. È il paradosso del nostro tempo: l’abbondanza che produce impoverimento.

Il calo dello spreco pro capite, dunque, non basta a rassicurarci. Perché la distanza tra ciò che pensiamo di fare e ciò che facciamo davvero resta ampia. È una frattura culturale prima ancora che quantitativa. Una frattura che riguarda il rapporto con il cibo quotidiano, con gli avanzi, con la cucina domestica, con il tempo necessario per organizzare, conservare, trasformare.

Finché resteremo sul palco della buona coscienza, applaudendoci da soli per la nostra presunta virtuosità, lo spreco continuerà a lavorare dietro le quinte. Ridurlo davvero significa accettare lo specchio dei dati, riconoscere la distonia e ricomporla. Perché solo quando palco e realtà tornano a coincidere, il cambiamento smette di essere una narrazione e diventa pratica.

E forse è proprio questo il messaggio più scomodo – e più necessario – che il Rapporto Waste Watcher 2026 ci consegna: non sprechiamo meno perché siamo migliori, ma solo quando impariamo a guardarci senza finzioni. Tra palco e realtà, appunto.

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