Sprechi a scuola
Sprechi a scuola

Sprechi a scuola

Lazio, atto I: l’entusiasmo!

A cura di Clara Cicatiello, Gruppo Noise, Università della Tuscia

Chiunque abbia dei bambini riesce ad avere una percezione piuttosto netta del fatto che nelle mense scolastiche una gran quantità di cibo va sprecata. I gusti dei bambini, si sa, sono difficili da accontentare, e anche i menu perfettamente equilibrati dei nutrizionisti spesso non incontrano un grande successo. Per non parlare delle critiche che spesso sono state rivolte alle ditte che gestiscono la ristorazione scolastica in merito alla qualità dei pasti serviti. Ma quanto si spreca, e cosa, e perché? Queste domande sono tutt’ora senza risposta. Le uniche informazioni provengono dalle commissioni mensa – gruppi di genitori che periodicamente entrano in refettorio per valutare la qualità dei pasti -, il cui lavoro si concentra però molto più sul gradimento dei piatti serviti e sulle loro caratteristiche, piuttosto che sui comportamenti di operatori e bambini che possono dare luogo a sprechi alimentari.

Per indagare sull’entità di questi sprechi, quindi, l’unica soluzione è andare direttamente dentro le scuole, dentro i refettori. Impresa certamente non facile, visti i tempi scanditi con cui vengono gestite le operazioni di refezione e i vincoli di burocrazia e responsabilità che comporta una attività di ricerca di questo tipo.

Eppure, quando abbiamo cominciato a contattare il campione di 25 scuole primarie selezionate nella Regione Lazio, ci siamo sì trovati di fronte a problemi e questioni da risolvere, ma soprattutto a tanto entusiasmo. Le insegnanti che abbiamo contattato si sono mostrate più che collaborative, e molto contente che si fosse finalmente deciso di studiare la questione degli sprechi a scuola. C’è il problema che non si sa dove posizionare i bidoni per la raccolta degli sprechi, perché il refettorio è una stanza piccola? Ecco la maestra che suggerisce la soluzione. Non si può usare la bilancia della cucina per la pesatura? Che problema c’è, la maestra si offre di portarla da casa. Si pone la questione del caos che si potrebbe creare per mettere in fila tutti i bambini del refettorio per gettare i propri avanzi nei bidoni del progetto REDUCE? La maestra propone di far sparecchiare solo la sua classe, una quinta, “così i ragazzi si rendono conto”.

Forse ancora più sorprendente, per certi versi, è stata la risposta delle ditte che gestiscono il servizio di ristorazione. A queste ditte abbiamo chiesto di fare molto, soprattutto nel caso – estremamente diffuso nel Lazio – in cui i pasti vengano preparati in una cucina interna alla scuola. Infatti, dovrebbero pesare il cibo preparato, separatamente per ogni portata, poi pesare l’eventuale rimanenza – in gergo, il “non servito” -, e infine mettere a disposizione la bilancia con cui effettuare tutte le pesature in refettorio. Considerando che si tratta di situazioni in cui si lavora contando i minuti, il più delle volta con più turni di refezione che si susseguono uno dopo l’altro senza pausa, eravamo piuttosto certi di trovare delle resistenze. E invece, anche se con toni certamente diversi da quelli delle insegnanti, la disponibilità è stata notevole. Non è facile chiedere flessibilità a chi lavora con vincoli rigidi, e invece in tanti casi l’abbiamo ottenuta. E anche quando non l’abbiamo ottenuta, l’approccio è sempre stato propositivo, e i problemi sono stati risolti insieme.

Ecco, questo appassionante (e impegnativo!) lavoro è stato il lungo prologo all’indagine vera e propria, che può ora partire contando sulla cosa più importante: la condivisione di un obiettivo.